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La vergogna e la frustrazione non sono argomenti molto trattati in ambito psicologico anche se in realtà sono emozioni della nostra vita molto importanti e da prendere in considerazione anche perché sono alla base dei disturbi di umore e di ansia generale.

La vergogna, a differenza delle emozioni primarie come la rabbia, la paura e la tristezza che possono essere provate anche dagli animali, è un emozione spiacevole di secondo livello che appartiene solo agli esseri umani.

Nel momento in cui entriamo in relazione con qualcuno siamo portati a crearci un’ immagine dell’altro e a valutarne gli elementi che la compongono secondo criteri di positività o negatività. Allo stesso modo tendiamo ad autovalutarci, cioè a conoscere il nostro potere reale, le nostre capacità rispetto ai vari scopi sociali che ci prefiggiamo ed ai vari compiti che siamo chiamati ad assolvere.

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La vergogna viene ad esprimere il timore o il dispiacere di ricevere valutazioni negative da parte delle altre persone nella preoccupazione che venga compromesso un nostro scopo della buona immagine o dell’autostima. E’ una fobia sociale dell’idea che l’altro non possa comprenderti e possa farsi una cattiva opinione di te, una psicopatologia che si traduce con disturbi di ansia e di umore che sono sintomo di incertezza e di debolezza della persona. Questa emozione può essere manifestata sotto aspetti fisiologici e comportamentali attraverso il rossore della pelle, la postura dimessa e la tendenza ad abbassare il capo e lo sguardo.

Ci si può vergognare di qualsiasi azione o di qualsiasi evento che permette agli altri di avere di noi una valutazione negativa  e permetta a noi di svalutare la propria autostima. Quindi, potenzialmente,  qualsiasi cosa può essere fonte di vergogna: un elemento del nostro aspetto fisico che ci fa sentire inadeguati, un’ azione (volontaria o involontaria) può far ritenere a sé o agli altri l’ ipotesi di una eventuale mancanza da parte del soggetto, un difetto di “poter di…” che gli impedisce di raggiungere uno scopo.

La vergogna serve a segnalare a livello individuale che gli scopi dell’immagine o dell’autostima sono in pericolo di compromissione o sono già compromessi. A livello sociale, invece, la persona che si vergogna mostra di condividere i valori e le norme del gruppo. Questa condivisione consente sia al gruppo di rafforzare le norme, sia all’individuo di non essere messo da parte e quindi di lasciare traccia di sé.

Il problema secondario della vergogna è la metavergogna, ovvero la vergogna della vergogna, che nasce quando noi stessi elaboriamo valutazioni negative sulla vergogna.
La metavergogna può essere specifica, quando ci si vergogna di un proprio specifico “aver provato vergogna”, aspecifica, quando ci si vergogna a prescindere dal motivo per cui ci si è vergognati. Ci si vergogna della vergogna perché essa indica inadeguatezza, debolezza e insicurezza. Se mi vergogno dimostro di meritare un rango inferiore rispetto alle mie aspettative.

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Tutto ciò porta poi alla frustrazione, condizione in cui si trova la persona quando si sente ostacolata, in modo permanente o temporaneo, nella soddisfazione dei propri bisogni.
In realtà la frustrazione non nasce solo dalla vergogna. Fin da piccoli i bambini vengono sottoposti a piccole dosi di frustrazioni da parte dei genitori che permettono al bambino di elaborare schemi di difesa che strutturano progressivamente e persistono nel tempo. Nei bambini con genitori troppo remissivi e indulgenti, che provocano una scarsa somministrazione di frustrazione, permane una fase dell’egocentrismo infantile (i cosiddetti bambini viziati).
Le cause della frustrazioni possono essere derivanti dall’ambiente fisico e dalle caratteristiche geografiche (clima, illuminazione, impurità dell’aria), dall’ambiente sociale (presenza o assenza di altri individui vicino a noi), dalle condizioni familiari (comportamenti iperprotettivi, proibitivi e autoritari da parte della famiglia), dalle condizioni personali (conflitti di responsabilità, soprattutto nell’adolescente che, da un lato si sente spinto all’autonomia e all’affermazione di sé, dall’altro sente il bisogno di essere protetto e dipendente dai genitori; ma anche cause personali dovute a difetti fisici e psichici).

Tutte queste cause portano ad un accumulo di energia mobilizzata all’interno dell’individuo frustrato che vive una esperienza emotiva spiacevole e dolorosa. Se questa situazione persiste senza trovare soddisfazione, l’energia trova diverse vie di scarico compensatorio. Le reazioni alla frustrazione possono essere opportune quando sono flessibili e cambiano nel tempo. Le reazioni che si ripetono in modo fisso sono inadeguate ed assumono aspetti anormali e patologici.
Dei modi adeguati di reagire sono quelli di:

  • intensificare lo sforzo, come lo studente che in un primo momento non riesce a superare l’esame, ma poi decide di intensificare lo sforzo studiando di più;
  • riorganizzare i dati, cambiando i mezzi per arrivare allo stesso fine;
  • sostituire i fini, ponendosi un altro obiettivo che sia diverso da quello di prima. Attenzione, alcune volte l’attività sostitutiva non ha dei valori costruttivi, ma si presenta come uno sfogo gratuito alla tensione accumulata;
  • crearsi fantasie compensatorie, raggiungere un certo equilibrio, entro certi limiti, attraverso la soddisfazione fantastica;
  • immagine2aggredire la fonte di ostacolo, allontanando o mettendo in difficoltà la persona o l’oggetto che viene visto come causa della frustrazione. L’aggressività può essere aperta quando è diretta ed impulsiva, oppure mascherata quando si basa sull’ironia e frecciate nel discorso che tendono a mettere gli altri in cattiva luce;
  • formazione reattiva, mostrando l’opposto del comportamento che si vuole soddisfare;
  • razionalizzare, vedendo la frustrazione come cosa soggettiva e cercando di arrivare alla ragione per cui non si riesce a raggiungere lo scopo;
  • proiettare, cercando di controllare proiettando l’idea che ci sia il modo di soddisfare i bisogni in un altro modo;
  • identificare, rendendo propri i ruoli e gli atteggiamenti di persone o gruppi come se le vicende loro fossero proprie.

Tuttavia, molti soggetti non riescono a reagire in modo flessibile alle loro frustrazioni, ma hanno delle reazioni disturbate di:

  • regressione, seguendo i comportamenti che usava in passato;
  • fissazione e regressione, comportandosi in modo ribelle ed immaturo a situazioni che precedentemente erano state affrontate in modo più maturo dal punto di vista biosociale;
  • invalidismo, ritornando ad un modello comportamentale che precedentemente era vantaggioso;
  • autismo, richiudendosi in sé stesso ed isolandosi dagli ambienti sociali e dalla realtà che viene sostituita da una realtà illusoria ed immaginaria;
  • repressione, inibendo gli impulsi, i desideri ed i sentimenti ritenuti inaccettabili sul piano della coscienza;

Tutti queste reazioni inadeguate sono meccanismi di difesa inconsci ed estremi, appartenenti a qualunque individuo, che sono praticamente espressione della necessità di mascherare o fingere una condizione di vita migliore di quanto non sia in realtà. Naturalmente se la persona si rapporta alla realtà solo ricorrendo a questi meccanismi, allora essi vanno considerati come sintomi di una nevrosi.

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Di Raffo Coco

Ciao a tutti, mi chiamo Raffaele Cocomazzi e sono il cofondatore di BMScience. Sono appassionato di Scienza, Medicina, Chimica e Tecnologia. Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Foggia e attualmente MFS in Medicina Nucleare presso l'Alma Mater Studiorum (Università di Bologna). Se ti piacciono i miei contenuti supportaci con una donazione Paypal.